Archive for ottobre, 2009

Finalmente


2009
10.31

Ecco finalmente le foto del vestito completo!

halloween

Come vedete la Strega Acida dell’Autunno sta cercando disperatamente di colorare di rosso le foglie degli alberi.
Disperatamente perché per trovare un albero spoglio ho girato tutto il parco di Monte Urpinu, e invano.

la strega dell'autunno

Le foglie sarde sono tenaci e testarde come le piccole donne dell’isola, non ingialliscono e non si staccano!
Certo il fatto che ci fossero diciotto gradi ieri sera all’una non è proprio un grande stimolo a cadere.

halloween metropolitano

Per disperazione la Strega dell’Autunno ha provato a colorare l’asfalto, ma senza risultato.
Forse dovrebbe trasferirsi a New York.

Prossimamente la ricetta per il vestito!

Sotterfugi


2009
10.29

Cosa starà cucendo questa donna?

cucitrice

Ovviamente è mia mamma perché, ovviamente, non sono brava come lei a cucire.
Dovevate vederla mentre mi spiegava il punto macchina, festone, il modo giusto per imbastire, mentre i miei neruoni entravano in modalità “cosa?????????”.

Segreti


2009
10.28

A cosa servirà tutta quella carta?

vinavil

Emma addormentata nel bosco


2009
10.27

Emma si è punta col fuso del cambio dell’ora ed è caduta addormentata.

Si cerca principe azzurro disposto a superare:

1. Bosco di rovi
2. Drago sputafuoco
3. Discorso di Tremonti sul posto fisso

Per baciare la bella Emma addormentata e svegliarla dal suo sonno.

Astenersi perditempo e principi turchesi.

NB: per chi ha già dimenticato le favole, leggere qui.

Misteri


2009
10.26

A cosa serviranno tutti quei bottoni?

bottoni

Aspettative basse


2009
10.23

Mi dicono che non parlo mai male del posto dove lavoro, tutt’ora non capisco perché mai dovrei farlo, quando vedo che il lavoro non mi piace preferisco lasciarlo, ma per seguire le esigenze del mio pubblico, ecco a voi un post di lamentazioni:

C’è una cosa che mi disturba nel mio nuovo lavoro.
E’ qualcosa di profondamente ingiusto e fastidioso.
No, non è roba da mobilitare le folle, per quanto io ad una manifestazione del genere ci andrei, e non è neanche un problematica da sindacati.
Al massimo per ufficio di igiene, perché il problema è il bagno.

Inizialmente mi infastidivo un po’ perché nessuno buttava i rotoli esauriti o riempiva il dosatore del sapone.
Ma la di là di pensieri sarcastici sulla capacità motoria dei miei colleghi non andavo.

Poi il primo problema: tavoletta sporca.
Io in generale ho aspettative basse, non pretendo che si tiri giù la tavoletta, mi basta trovarla pulita!
Così ho gentilmente chiesto di fare attenzione.
Ovviamente è sembrata una “cosa da donne”, come se a nessuno di loro capiti di sedersi, come se a chiunque non faccia schifo anche solo vedere spruzzi e gocce.

carta_igienica

Il secondo dramma è arrivato poco dopo: scarico tappato.
Da un giorno all’altro il lavandino da agile ruscello era diventato un torrente in piena pronto ad esondare.
Solo dopo qualche giorno sen’acqua è intervenuto l’idraulico liquido, probabilmente da solo, mosso a compassione.
E non mi vengano a dire che questa era una “cosa da donne”!

Ma il terza e più tremenda tragedia era ancora da venire: la fine, incruenta, ma non meno terribile, della carta igienica.
Per una settimana siamo andati avanti con fazzolettini e rotoli portati da casa.
Ho saputo che in Rwanda i bimbi denutriti hanno fatto una colletta per i poveri programmatori senza carta.
Infatti ora abbiamo tre grandi pacchi di carta iginica col marchio ONU.

Le mie aspettative già basse si abbassano sempre di più.
Contribuite anche voi alla raccolta di solidarietà “Un giorno di pulizie in più per il bagno anziendale di Emma”.

Speriamo non sia a provvigione


2009
10.21

La mia idea mentale di un agente immobiliare è un uomo dall’aspetto curato, con una vivace parlatina e modi furbi che riescono a far apparire come un loft alla moda anche un capanno in lamiera, ex residenza di barboni e tossici.

L’agente che mi è capitato invece era un ragazzo di circa vent’anni, mingherlino, vestito con abiti troppo grandi e un po’ lisi e dall’aria spaventata.
Quando descriveva l’appartamento aveva il tono piatto di chi ripete a memoria una lezione, insieme all’insicurezza non è sicuro di averla capita fino in fondo.

Sudava poverino e stringeva nelle mani un fazzoletto fradicio, mentre si rendeva conto di aver dimenticato le chiavi della casa in agenzia e mentre aspettava davanti al portone chiuso che l’inquilino ci aprisse.
Un suo collega qualche giorno prima in una situazione analoga colse l’occasione per offrirmi un caffè al bar, invece il povero agentino si scusava e sudava ancora ancora di più.

Io ho anche provato ad aiutarlo chiedendogli di descrivermi la casa, ma più che il numero di “vani” non riusciva a dire. Ne deve fare di strada prima che arrivi a decrivermi le “rifiniture”, l’”ottimo investimento” e la vista “panoramica”.

Quando ci siamo salutati mi ha offerto una mano molle, ma per fortuna asciutta e con un barlume di lucidità mi ha chiesto se potevano contattarmi ancora per altri appartamenti.
Gli ho detto di sì, magari l’inverno gli porterà una traspirazione migliore!

È arrivato l’autunno


2009
10.20

L’autunno a Cagliari non è una stagione visiva.

Sapete, qui le piante sono povere e non possono cambiare le foglie ogni stagione, per cui riciclano le solite verdi, mentre a Milano impazza il nude-look e i colori dal rosso all’ocra.

Anche col freddo ci dobbiamo arrangiare, visto che non ce la facciamo a raggiungeretemperature da neve, cominciamo a lamentarci per il gran freddo dai venti gradi in giù.
Questi giorni giriamo sui diciotto e in strada c’è una gran confusione: da chi indossa già il piumino a chi continua imperterrito con le maniche corte.
A quindici pretendiamo che si geli e ci riusciamo così bene che, vi assicuro, non c’è città dove si patisca il freddo come a Cagliari.

La foto non è un gran che, ma questa è una delle due cassette di porcini che hanno trovato ieri i miei nei boschi barbaricini

La foto non è un gran che, ma questa è una delle due cassette di porcini che hanno trovato i miei

Senza foglie secche e senza freddo avvertiamo il cambio di stagione dai profumi.
Quello delle melecotogne, colte nell’orto e quello delle catagne arrostite nella cucina a gas, perché in città il camino non è la stessa cosa.
Tra un po’ sarà l’odore dei crisantemi e ancora quello dei mandarini, che mi porterò nelle mani fino a pasqua.

E oggi, camminando per strada ho avvertito odore di gomma, plastica e vernici: odore di giocattolo nuovo, quello che per ogni persona nata dopo gli anni settanta è profumo di Natale.

Vivere in centro: i bei tempi andati


2009
10.14

Questo post è in realtà un chiarimento: quando affermo che preferisco vivere in un centro storico non significa che penso che le case antiche siano migliori di quelle moderne.

Anzi se potessi scegliere tra vivere in un bel palazzo d’epoca e un palazzo moderno progettato da un architetto in gamba, preferisco senza dubbio il secondo.
Sarà senza dubbio più funzionale, sano e, per i miei gusti, più bello.

Allo stesso modo tra un quartiere storico e un quartiere pianificato secondo i criteri attuali, non avrei dubbi su cosa scegliere.
Le periferie non sono brutte perché moderne così come la bellezza dei vicoli medioevali non sta nel fatto che siano vecchi.

La verità è che in Italia le periferie sono il risultato di anni di speculazioni e condoni.
Quartieri cresciuti senza un piano, un’idea, un criterio, edifici costruiti col principio del cubo: massima resa con la minima spesa.
Così abbiamo ottenuto una mancanza di spazi pubblici intesi come luoghi di aggregazione, di servizi.
Al punto che a volte mancano persino di parcheggi e viabilità razionale, tipicamente il punto forte dei nuovi quartieri.
E questo perché si è deciso di sfruttare al massimo i lotti, edificabili e “sanabili”.

I centri storici invece sono nati… allo stesso modo: senza ordine, piano, servizi.
Il punto è che durante i secoli, le esigenze abitative e di socialità delle persone li hanno trasformati.
Hanno generato piazze, negozi e trasformato il cubo iniziale in un’aggregazione di strutture, frutto di unioni, divisioni, crolli.
Nella maggior parte dei casi i centri storici non sono “belli” ma “caratteristici”, hanno fascino, calore, personalità.
Anche la presunta solidità delle vecchie costruzioni è nata così: si costruiva a caso e quello che non crollava, era solido!

Un po’ d’ordine


2009
10.12

Il mondo si divide in due: gli allineatori e i catalogatori.
Ovvero quelli che quando riordinano allineano e creano spazi vuoti e quelli che invece dividono gli oggetti in categorie.

[va] E quelli che non mettono proprio in ordine? [/va]

Ok, il mondo dei riordinatori si divide in tre… o forse quattro… col resto di quei miliardi di persone che non hanno proprio nulla da riordinare.

Insomma tralasciando questi dettagli che mi rovinano la teoria, il mondo si divide esattamente in N, volevo dire, in due parti.

Sono due mondi senza contatti e i componenti delle due fazioni si guardano in cagnesco, pensando l’uno dell’altro: ma che disordinato!

Per gli allineatori l’unica scrivania buona è la scrivania vuota.
Combattonouna lotta impari contro gli oggetti sparsi e non ortogonali lle linee dei muri, dei mobili e del pavimento.
Mondrian è il loro guru, i Dada la loro nemesi.
Le case degli allineatori si riconoscono perché tutto è sempre perfettamente pulito, spazioso e leggermente impersonale.
I compact disk sono tutti in un’unico punto, perfettamente dritti, i libri sono disposti nei ripiani in ordine di grandezza in modo che non rovinino l’effetto e i sopramobili giacciono all’incrocio di scacchiere invisibili ai profani.
Gli oggetti possono essere spostati a piacimento, ma senza rovinare l’allineamento generale.
Tipicamente non sanno dov’è il singolo oggetto, ma se ne ricordano la forma possono risalire alla sua posizione.

Allineatori

Poi ci sono i catalogatori.
Per un catalogatore il mondo è un archivio da dividere in tipi, ordini, generi, razze e specie.
Quando un catalogatore mette in ordine comincia a creare dei piccoli mucchi di oggetti omogenei per qualche motivo: le matite divise dalle penne, le maglie eleganti divise da quelle sportive, separate da quelle adatte per uscire la sera ma non per un’occasione importante.
I catalogatori non sistemano gli oggetti in base allo spazio che occupano, ma in base alla loro appartenenza ad una categoria.
Anzi spesso destinano gli spazi alle categorie, sia che abbiano oggetti che vi appartengano sia che prevedano un domani di possederne.
Inoltre sistemano i gruppi secondo un ordine particolare, per esempio non mettono libri di cucina ayurvedica accanto a quelli di ricette per arrosti.
Mai collocherebbero mai Bach vicino all’ultimo disco dei Childern of Bodom.
Va a finire che pesso si trovano con librerie mezze vuote, in cui hanno lasciato lo spazio per la poesia ucraina, una zona di rispetto vicino ai libri dell’autore preferito, nel caso pubblicasse nuovi romanzi, e una pila di libri per terra per i quali, si lamentano, non trovano proprio posto.
Le case dei catalogatori assomigliano spesso a dei grossi magazzini pieni di oggetti ovunque, ma tipicamente sanno sempre l’esatta collocazione di ognuno.

Catalogatori

E’ evidente che la convivenza tra un’allineatore e un catalogatore può essere dura, soprattutto se si trovano nella stessa persona. Per esempio quando la tua volontà di sistemare i libri per autore cozza con la necessità fisica di formare con le costine una linea parallela al pavimento.
Per questo le persone maniacalmente ordinate e organizzate danno un po’ l’idea dei maniaci omicidi.
E forse lo sono.

Personalmente sono una catalogatrice.
La mia stanza dà l’idea del deposito di una libreria, dove vendono anche vestiti e scarpe.
Non sa la gente che ci entra, che in realtà la maglietta da settimane sulla sedia è lì in attesa di una collocazione in una categoria stilistica.
Non immaginano che i libri, sparsi in alte pile sul pavimento, non sono in cerca di spazio ma di una sofferta attribuzione di genere.

In realtà molti degli oggetti in giro sono solo in cerca della voglia di sistemarli, ma in effetti è dura a volte mettere a posto cercando, come Linneo, di catalogare il mondo.